Underground

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La nicchia e la massa: due concetti opposti.

Vanno spese due parole per descrivere brevemente anche tutto il 1900, ed in particolare il decennio degli anni ’80 nel suo insieme dal punto di vista delle sottoculture per comprendere meglio la collocazione che ha avuto l’Underground: il secolo scorso è stato il periodo storico che ha visto affacciarsi la più massiccia presenza di minoranze etniche, sessuali ed estetiche della Storia. 

Le correnti creative giovanili che si sono sviluppate intorno al mainstream sono il frutto di mescolanze tra culture che hanno, nel corso del tempo, minato le regole dell’appartenenza e dello status quo, rendendo le convenzioni della società meno rigide.

I confini dell’Underground in ambito Club si definiscono a partire dal 1970 quando si discosta dal filone principale che fa capo al movimento Hippy poiché i princìpi della sua filosofia sono cambiati.

L’Underground degli anni ’60, nella descrizione che ne da anche Wikipedia,  è un movimento politico che si esprime attraverso varie forme d’arte comunicativa in quel momento in espansione come cinema e teatro, con film e commedie, scrittura, con poesie, fumetti, giornali e riviste, insieme alle varie anime della comunità hippy , i cui ideali come è noto si rifanno alla pace nel mondo, il disarmo nucleare, la non violenza, la difesa dell’ ambiente. Durante quel decennio il movimento hippy conoscerà la sua massima espansione ed esposizione mediatica al punto da arrivare ad essere pronto per essere sdoganato e affermarsi nel mondo politico perdendo però la sua intrinseca identità clandestina. 

Dopo Woodstock, nel ’70, la Club Underground Culture si trasformerà, a New York, in un movimento di contro cultura segreto dove la politica non c’è più. 

Nei Club il ballo e la politica sono sulla stessa lunghezza d’onda e il movimento legato al Club è più interessato al modo di vivere e agli svaghi, ricercando e dando vita a un nuovo modello di comunità egualitaria, tollerante e positiva, abbandonando la politica convenzionale. 

Molte minoranze, come i gay, le donne eterosessuali, i neri e i latinos trovarono in quell’ambiente il loro rifugio sicuro senza necessariamente essere “contro” qualcosa.

Tutto ciò che era segreto, non pubblicizzato era Underground. Doveva essere scoperto esclusivamente col passaparola, doveva essere tenuto molto riservato. Dovevi sentire di voler far parte di qualcosa di esclusivo, opposto al mainstream e lo dovevi difendere per preservare il tuo posto sicuro. 

L’underground infatti era dove ci si sentiva se stessi, era dove desideravi che fosse.  

Staccato dalle dinamiche popolari, il movimento, in assenza totale di politica, cresce libero da compromessi o forzature e si manterrà così ovunque fino alla fine degli anni ’80.

Underground equivale a rimanere, volutamente, poco visibile. Finché è stato possibile l’imperativo e il mood erano che quando si fosse usciti dal locale non si sarebbe dovuto parlare troppo di ciò che era accaduto dentro, non si raccontava dove si era stati o cosa si fosse fatto. Partecipare ad un evento underground significava che nessuno avrebbe saputo nulla della cosa tranne un ristretto numero di persone e, qualsiasi fatto fosse avvenuto all’interno, sarebbe stato mantenuto segreto.

E il movimento riesce a mantenersi segreto; i Club erano situati in seminterrati o in posti dove nessuno sarebbe mai andato. La prima grande difficoltà rimaneva quella di individuare dove si trovasse l’ingresso. “Questi erano i primi party dove per entrare dovevi conoscere qualcuno” * , non potevi trovarlo solo chiedendo in giro perché nessuno lo sapeva e non venivano mai pubblicizzati, non c’erano insegne e spesso venivano organizzati all’ ultimo momento proprio per mantenere la rigida connotazione di segretezza. Non erano mai organizzati a scopo di lucro, l’ingresso era su offerta volontaria, era concesso a ciascun partecipante di invitare un’altra persona, non vi era selezione all’ ingresso e all’ interno si trovava anche un angolo buffet dove bere e mangiare. 

La centralità del ballo -che è il cuore del Club- espressione di liberazione e di partecipazione comunitaria, poi la musica che guida a percorsi percettivi ed è strumento base della ritualità collettiva nei party autoconvocati e slegati da logiche di profitto o promozione, in luoghi atipici e scenografie volutamente ispirate ad un innocenza quasi mistica, dove il fine della festa è, appunto, ballare.

L’ambiente buio, minimale, raccolto ricrea simbolicamente qualcosa che somiglia all’utero materno dove il ritmo costante può ricordare il battito cardiaco della madre che pulsa. Gli occhi chiusi e la forza delle basse frequenze nella pancia: il compimento del rito tribale che è la danza.

Schiavi del ritmo quando si spengono le luci solo la musica è importante. A mano a mano che  i movimenti individuali diventavano più intensi, quando raggiungono una sincronia sinergica il ballo diventava una forza catartica e liberatoria. 

“ Quando il movimento diventa estatico, la danza accade. Quando il movimento è così totale che non vi è più ego allora la danza accade.. La danza primitiva non era vera danza ma un mezzo per raggiungere l’estasi, dove il ballerino si perdeva, solo la danza rimaneva, niente ego, nessuno che manipoli il corpo che fluisce spontaneamente”. **

Il pubblico del Club preferisce divertirsi, e il buio aiuta a sciogliere le limitazioni e a perdere il senso del tempo. Nessuno da importanza a chi sono le persone che ha vicino, non si vede la sessualità, né come sono vestite le persone. Della sessualità e dello status non importa a nessuno. Vi è una continua mescolanza di gente diversa e i party conformano ad uno spirito di socializzazione. 

Nel Club i comportamenti fino ad allora confinati in una colpevole marginalità, diventano meravigliose espressioni di creatività ed energia.

“Essere clubber assunse dunque un’accezione ben precisa, consistente nell’abbracciare uno stile di vita alternativo, condividere interessi e passioni, sentirsi parte di un ambiente “sotterraneo”, dai confini permeabili e assolutamente fluidi, in grado di trasmettere i valori di questo movimento, come il progresso, la libertà e l’emancipazione, tipici di una mentalità molto aperta, tollerante e priva di tabù. Ma non solo.
Essere clubber significò -anche- vivere per il ballo sfrenato e il dancefloor, frequentare assiduamente i club, non aspettare altro che fruire di queste valvole di sfogo per evadere dalla quotidianità e divertirsi insieme ad altre persone, godendo senza vincolo alcuno del momento contestuale alla festa, nel suo “qui ed ora”.
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Il dj del locale underground trae la sua ispirazione da chi balla che a sua volta è stimolato dalla musica in un dialogo intimo e costante di scambi continui di sensazioni reciproche. Un modo di fare musica sociale e condivisa.

Esiste pochissimo materiale visivo dell’ epoca perché le macchine fotografiche erano considerate  come delle intrusioni poco gradite. I party erano privati e tali dovevano rimanere in un continuo rimarcarne la segretezza

A partire dal 1973 un’ ondata di djs,  iniziò ad insidiare la roccaforte del Loft soprattutto, cercando di impossessarsi dell’ anima dell’Underground , che era sempre in bilico tra il proteggersi da una sovraesposizione e allo stesso tempo tentare di cambiare il mondo.  

Dal tentativo della commercializzazione dello spirito dell’Underground inizia un continuo sovrapporsi tra i due modi di concepire i luoghi per il ballo: quelli commerciali e quelli underground. 

Ma sono sempre quelli commerciali che attingono da quelli Underground e questi ultimi faticheranno  sempre di più a mantenere la propria integrità iniziale.

Un dimenticato mondo sotterraneo e parallelo a quello della disco più commerciale dove tutto è capovolto l’unicità e la creatività sono il collante, l’esatto opposto del mondo disco mainstream.

Sebbene buona parte del fenomeno dance si espresse in un ambito underground, ci sono voluti anni perché la storia di questo mondo venisse prima riconosciuta poi adeguatamente apprezzata, ma ancora oggi, soprattutto in tutti coloro che si avvicinano a questo mondo per lavorarci, questa fondamentale parte di storia non è nota e si tende a considerare “Club” tutti i luoghi dove c’è una consolle e si balla, specialmente le discoteche mainstream.

Ci sono molte riflessioni da fare su questo concetto che è il segreto del Club per tutti coloro i quali, nel loro approccio, sono già pieni di supposta conoscenza. 

È sbagliato il punto di partenza: il limite principale del fenomeno disco e dei locali mainstream che erano -e sono- luoghi dove si andava e si va per farsi vedere, per bere un drink, per rimorchiare, insomma per fare tutto tranne che per ballare in totale e sfrenata libertà. 

Questi luoghi così concepiti, dagli anni ’60 in poi, hanno la cronica incapacità di comprendere le ragioni di fondo, condannandosi con ciò ad una fine rapida, mentre tutto ciò che affondava le sue radici nell’Underground era più in grado di rispondere  a esigenze profonde, in un certo senso, senza tempo.

Sebbene il modello di Club che si è affermato è quello del Garage Paradise, ovvero Club Underground ma a fini di lucro, i party erano slegati da una logica di profitto o promozione; è esattamente l’opposto di come conosciamo noi le discoteche del circuito dagli anni ’90 in poi , periodo questo che la quasi totalità degli addetti ai lavori considera come “gli anni d’oro” non avendo nessuna concezione che quegli anni era già la deriva del movimento, in una caduta libera e veloce che ha portato, alla soglia del millennio, l’allontanamento della clientela ormai schifata dall’inflazione di figure senza nessuna cultura né professionalità che popolavano l’ ambiente, e la mancanza totale di situazioni che avessero contenuto. 

La Club culture risponde a poche, precise esigenze : ballare e dare libero sfogo al proprio essere, alla propria creatività, e essere a proprio agio tra simili, in un contesto di segretezza volutamente poco visibile. 

La creatività del pubblico è stata sostituita da quella degli staff; all’inizio magari anche bella, coreografica, avvolgente e interessante, ma via via sempre più banale ed inutile, lasciando così il vuoto totale che nessuno è più in grado di riempire, poi la massificazione dei locali mainstream che tentano di copiare l’ambiente Club non potendoci riuscire in nessun modo per due ragioni fondamentali: cultura ed economia.

Un’ altra grande differenza tra Club e discoteche commerciali è che nel Club non c’è bisogno di nessuno che promuova la serata o la musica o il locale perché nei Club possono esserci anche pochissime persone ed avere una magnifica serata, mentre le altre abbisognano di un apparato anche complesso che però non garantisce l’effettiva riuscita della serata dal punto di vista della qualità.

Oggi comunque, avendo distrutto questa cultura, sarebbe impossibile avere un pubblico genuinamente Underground. Per ovviare a questo problema i locali dovrebbero puntare comunque molto di più sulla musica di qualità e spingere la gente a ballare, non a fare passerella con lo sboccio al tavolo, nel tentativo di creare ambienti che lascino delle sensazioni e delle emozioni forti nel pubblico combattendo anche la ridotta capacità di vivere gli eventi reali data dall’avvento dei social.

Come per tutte le cose è importantissimo conoscere davvero anche la storia del Club; conoscerla e comprenderla non può che arricchire e contribuire in modo significativo a cambiare prospettiva rispetto al quadro generale del mondo della dance.

Non esisterà più il Club Underground, non a breve almeno, e difficilmente così “brutto, sporco e cattivo” come solo i veri Club sono stati. L’importante però sarà sempre avere un pubblico che apprezza la musica, un dj con cultura, passione e visione, e un gestore umile ma illuminato.

In Italia i Club Underground che ci sono stati si contano sulle dita di una sola mano, ma in generale, sia che esistano ancora che no, mantengono una parte segreta, quella parte di magia, quell’anima che gli ambienti mainstream continuano ad inseguire.

Underground è principalmente uno stato mentale.

Letture consigliate: Love Save The Day , Club Cultures

  * Tim Lawrence: Love Save the Day pag 25

 ** Tim Lawrence: Love Save the Day prefazione pag. XIII

*** Sarah Thornton: Club Cultures

Photo: Kinki Club Bologna

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